Salésiens de Don Bosco - Afrique Tropicale Equatoriale

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SDB ATE 2005-2006

INTERVENTO DEL CONSIGLIERE PER LE MISSIONI
ALL’INCONTRO DEL GRUPPO AFRICANO
AUXILIUM - SABATO 11 DICEMBRE 2004
(trascritto da Don Alphonse - UPS)
Buon giorno.  

Sono contento di condividere certe impressioni che ho avuto nelle ultime visite che ho fatto in Africa in quest'anno 2004. Ho cominciato con l’Eritrea. Poi son

o andato in Kenya e nel Sudan, poi ho visitato anche qualche presenza in Tanzania, in Angola e in Sudafrica. Di là sono andato in Zwaziland, Lesotho, poi ancora a Nairobi per il seminario della zona anglofona. Poi sono passato a Kinshasa per un altro seminario per la zona francofona. Don Valentino era anche presente a questi due seminari. Dopo questi seminari, ho visitato quasi tutte le presenze in Congo, eccetto tre. Abbiamo fatto una consulta per i nuovi ispettori del Congo. Poi sono passato nel Rwanda e nel Burundi. E ho visto che tutto era pacifico. Bene. Così abbiamo fatto un incontro a Nairobi e a Kinshasa. Ho avuto lì l'occasione di parlare con i rappresentanti delle ispettorie che erano presenti. Anche le suore ed altri membri della famiglia salesiana c’erano. Prima di andare alle ispettorie specifiche vorrei parlare di questi due seminari che abbiamo celebrato. Come lo sapete questi seminari sono una parte dell'animazione missionaria dei nostri due dicasteri, cioè il nostro e quello delle suore, per questo sessennio. Abbiamo già tenuto quattro di questi, sui sei previsti: in Thailandia, in Papua, e adesso (a novembre) i 2 dell’Africa. Ci saranno altri due nel 2006, in Europa e America. Lo scopo principale è di parlare della missione “ad gentes”. Abbiamo parlato delle sfide della Missione, delle sfide della missione “ad gentes” in Africa. I salesiani sono presenti in Africa quasi da un po' meno di 100 anni cominciando dal Congo, poi Sudafrica e più recentemente, 25 anni fa, abbiamo cominciato il progetto Africa. Le suore sono venute un po' dopo i salesiani, ma comunque anche loro sono presenti in diversi paesi con un numero molto significativo. Don Valentino avrà già detto che adesso ci sono 1300 salesiani. Più di 100 novizi. Ero molto contento di vedere che l'Africa Centrale quest'anno aveva 22 novizi, tutti dal Congo. Nel Rwanda e Burundi c'è un altro noviziato con quattro novizi. E poi parlando dell'anno prossimo nel Burundi ci saranno dodici novizi. Il Congo è forse l’ispettoria che avrà più novizi per l'anno prossimo. Speriamo che un buon numero di questi arrivi al noviziato e perseverino. Vediamo anche che nelle altre ispettorie ci sono dei novizi, una media di 7 a 10. Da questo punto di vista anche le FMA e noi siamo molto positivi. Nella Zambia le suore hanno 6 novizie. Ci sono delle vocazioni per tutte le nostre 2 congregazioni, un motivo per cui dobbiamo ringraziare il Signore.

L'autocoscienza dei salesiani

A Nairobi e a Kinshasa i partecipanti hanno rilevato dei problemi molto urgenti. Il primo problema è il problema dell'autocoscienza dei salesiani stessi. Perché c'è una categoria di salesiani che si chiamano missionari, e un'altra categoria che sono considerati autoctoni. E questa è la realtà che dobbiamo accettare. Però dal punto di vista della differenza, questa è la cosa che io vorrei dire: puntare troppo su questa differenza non ci fa del bene. Perché tutti noi siamo missionari. Allora in che consiste questa missionarietà ? Spesso c'è una mentalità che dice: “Quelli che sono venuti sono missionari e quelli che sono autoctoni non sono missionari”. Considerate in Congo per esempio, attualmente il parroco di una certa Mbuji-Mayi è un confratello che non sapeva la lingua del popolo, ha dovuto impararla. Non è mai stato in quella cultura prima e la trova pure strana: fanno delle cose che lui non capisce… Da una parte di un paese all'altra c'è un cambiamento radicale di cultura, di lingua, di tutto. È missionario o no? Certamente! Nel tuo paese sei missionario. E questa realtà si applica a tutti i paesi dell'africa. Forse c'è qualche piccolo paese come il Lesotho con lo Swaziland dove è difficile applicare questo principio ma anche lì vedremo che ci sono diverse culture, costumi, mentalità, lingue… Da villaggio a villaggio cambia la mentalità, e questa è la realtà. Allora cari fratelli e sorelle, è importante che noi mettiamo dentro di noi la convinzione che noi siamo missionari. Non importa di quale nazione siamo originari. Non importa se siamo latino-americani, africani o asiatici. Non importa. Tutti siamo missionari. Allora la prima sfida è quella dell'identità dei salesiani.

Apostoli dei giovani, evangelizzatori di tutti…

La seconda sfida su questa linea – e questa è un po’ la mia interpretazione - una comprensione un po' parziale del nostro carisma. Non consideratemi come un eretico ma questa è la realtà. Siamo apostoli dei giovani. Si, certamente. Perché è scritto nel secondo articolo delle Costituzioni dei salesiani che siamo “segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani”. Però le stesse Costituzioni dicono che i popoli che non hanno ancora ricevuto il messaggio del Vangelo erano oggetti della premura di Don Bosco. Anche noi, oggi, abbiamo la stessa premura. Allora essere apostoli oppure missionari dei giovani non vuol dire che non siamo missionari degli altri. Considerate la realtà dell'Africa: in Angola ci sono soltanto poco più di 12 milioni di abitanti. È una realtà da un punto di vista economico molto triste; c'è una gran miseria che stronca il popolo. C'è una mancanza quasi di tutto. Dall'altra parte se vediamo da questi 12 o 15 milioni… sono andato in una missione che noi abbiamo lì, una missione di 90.000 chilometri quadrati, più grande di tutto il Rwanda. Una sola missione! Quanto % della popolazione è stata evangelizzata ? 5%. Tutti gli altri non hanno ancora avuto un contatto con il Vangelo di Cristo. Certamente ci sono delle sette che vanno in giro per fare dei discepoli. Comunque l'evangelizzazione nostra non è ancora arrivata. Così pure se prendiamo altri paesi. Se prendiamo le statistiche, di alcuni paesi dove lavoriamo, solo 15% o 20% sono stati evangelizzati. Questo vuol dire che l’Africa è terra missionaria. Non possiamo prendere un atteggiamento che dice: “Noi ci preoccupiamo di alcuni giovani e siamo veri salesiani.” No. Attraverso questi giovani dobbiamo arrivare alla gente ed evangelizzare; e quando la gente lo chiede, anche battezzare. Allora non c'è un contrasto tra educazione ed evangelizzazione oppure l'evangelizzazione non è soltanto dei giovani. Attraverso i giovani noi arriviamo alla gente. Abbiamo parlato di questo durante questi due seminari: un risveglio missionario è certamente necessario per tutta l'Africa. La percezione del missionario salesiano o in Africa deve essere non solo modificata ma radicalmente impostata perché dappertutto, almeno nel seminario, alcuni dicevano: “Ci occupiamo delle scuole professionali, dell'oratorio…”. Però l’evangelizzazione dov’è? Questo è il problema che noi abbiamo.

Le tre categorie di persone in Africa, nei confronti della fede

Un'altra sfida che era rilevata era così: se prendiamo l’Africa in generale, qualcuno dice che 40% è stata evangelizzata. È venuto a parlarci in una bellissima conferenza il sottosegretario delle Conferenze Episcopali del Congo, un giovane sacerdote. Non avrà nemmeno 40 anni. Ha parlato molto bene. Ha presentato la situazione dell'Africa e ha detto con riferimento al Congo: “In Africa ci sono tre categorie di persone: la prima categoria sono quelli che non hanno ancora ascoltato la Buona Novella di Gesù. La vasta maggioranza. Poi c'è una certa percentuale di quelli che sono stati battezzati ma non ancora evangelizzati. Battezzati ma non evangelizzati… i segni sono che cercano di vivere il cristianesimo come un rito e continuano con le vecchie credenze: stregoneria e tutte quelle altre cose che noi sappiamo già. C'è una confusione tra il Vangelo e, nel nome della cultura molte altre cose… allora sono stati battezzati e non ancora evangelizzati. E la terza categoria - sarà una minoranza - di quelli che sono stati battezzati e che cercano di vivere la fede cristiana secondo il Vangelo.” Tutti e tre i gruppi hanno bisogno della presenza del pastore. Il primo gruppo per fare l'annunzio e prepararli per il battesimo se sono pronti. Il secondo gruppo per evangelizzare: una nuova evangelizzazione oppure una seconda fase d’evangelizzazione. Una volta si faceva una differenza tra l'evangelizzazione e la catechesi. L’evangelizzazione era concepita come il primo annuncio del Vangelo: preparare le persone ad entrare nella Chiesa, e la seconda fase doveva essere catechesi cioè accompagnamento delle persone battezzate per approfondire la fede e assimilare la fede cristiana. Oggi non si parla più di questa differenza. Si parla piuttosto della “nuova evangelizzazione” per quelli che non hanno ancora assimilato la fede cristiana. Il terzo gruppo ha bisogno della missione per rafforzare la loro fede e renderli apostoli degli altri, veramente missionari. Col battesimo tutti i cristiani sono apostoli: “Andate, predicate il Vangelo”. Lui ha detto: “Abbiamo bisogno di una nuova percezione del nostro ruolo in Africa come missionari.” E ha anche accennato a dei problemi molto specifici.

Il problema dell’Aids

Poi abbiamo parlato in tutti i due seminari di alcuni problemi che hanno il bisogno del tocco del Vangelo. Nella nostra attenzione, un approccio missionario al problema dell'aids che, si consideri, è molto terribile. Questi giorni nei giornali italiani appaiono tantissime notizie sull’aids. Ci sono paesi in cui 15% della popolazione è sieropositiva per esempio Swaziland. Ci sono altri paesi come Mozambico dove 10% sono sieropositivi su 100. In poco tempo ci sarà una riduzione della popolazione; è un problema grave. Allora il problema è che i multinazionali usano questa piaga solo per vendere il loro prodotto, i preservativi. Solo per quella propaganda. Che cosa facciamo noi come educatori, come pastori? Forse noi abbiamo su questo un po' di indifferenza. Questi problemi. Tranne qui e là. Per esempio in Sudafrica o visto un bellissimo programma che loro stanno facendo per convincere i giovani che l'unica cosa che può lottare contro l'Aids è l'astinenza e la fedeltà. Astinenza e fedeltà. Però il governo adesso ho visto in Congo c'è una nuova pubblicità dove mettono una coppia e scrivono al primo posto “astinenza”, secondo luogo “fedeltà” e terzo luogo “preservativi”. Vedete quello che loro vogliono. Ci dobbiamo rendere conto di che cosa facciamo come pastori. Che cosa possiamo fare? Purtroppo ci sono anche preti, religiosi e religiose con questa malattia. Allora noi non possiamo essere indifferenti a questo. Il Vangelo deve avere un messaggio anche verso questo problema così importante. Per la verità non è solo un problema dell'africa. Se prendiamo i numeri complessivi, forse altri paesi avranno di più perché hanno una popolazione più grande. Per esempio alla Cina o l'India il numero complessivo sarà più grande. Ma se prendiamo la percentuale, è molto alta in Africa.

La situazione dei bambini, delle donne, e l’analfabetismo

Un altro problema che era rilevato è il trattamento della donna e dei bambini in diverse culture. Per esempio la donna fa tutto il lavoro e deve fare tutto il resto ma non ha nessun ruolo oppure nessun posto nella società, nella vita pubblica. Allora la dignità della donna è una cosa per cui dobbiamo lottare. L'altro problema è la dignità del bambino. Il bambino non ha diritti, dicevano nel seminario. Il bambino non ha diritti perché… è un bambino. Allora come salesiani, come apostoli dei giovani, noi abbiamo un contributo da dare all’africa. Perché anche i bambini sono esseri umani con diritti.
E poi l'analfabetismo è una cosa spaventosa. In Angola dicevano che 70% è analfabeta. Io devo dire che i nostri confratelli e le nostre suore fanno un lavoro meraviglioso su questo campo. Ho visto le parrocchie organizzate non soltanto in un centro, ogni centro aveva diversi centri satelliti e ognuno di questi satelliti con un centro della comunità con una stanza, a molti scopi. Scuola, culto e tutto anche in qualche posposto la sanità. La bellissima cosa che ho visto è che un piccolo edificio è usato tre volte al giorno. Quasi per 12 ore. Al mattino presto cominciano con i bambini: tre o quattro ore di scuola. Finiscono e subito dopo c’è la scuola normale riconosciuta oppure preparazione per quella scuola: altre tre o quattro ore. Scuola formale per adolescenti e giovani. Poi la sera verso le 4 o 5, comincia la scuola per gli adulti. Ben usato. È un sistema che ho trovato molto funzionale. E come fanno questi, perché ci sono pochi lavoratori, tre o quattro nella comunità? Come fanno? Hanno un sistema di capacitare i laici. Molti dei cosiddetti insegnanti e animatori sono i giovani, dei giovani che hanno appena imparato nella scuola. In una parrocchia o visto che erano più o meno 200 di questi ragazzi, di questi giovani in formazione per aiutare gli altri. Studiano e insegnano. Allora ci sono tantissimi programmi di animazione per questi ragazzi.

Il problema del lavoro

E poi c'è la sfida della povertà. Più che la povertà è anche la mancanza del lavoro. Questo vorrei dire: come apostoli dei giovani dobbiamo preoccuparci non soltanto di addestrarli per il lavoro con delle scuole professionali. Ultimamente abbiamo aperto tante scuole ed è vero che ci devono essere. Vogliamo che siano ben formati e finora dicono che tutti trovano del lavoro dopo. Però in qualche anno ci sarà una saturazione del mercato allora, cioè dobbiamo pensare a come capacitare questi giovani a diventare imprenditori. Allora insieme con la formazione professionale dobbiamo anche parlare dell'imprenditore e capacità di produrre. In un'altra ispettoria qualcuno mi ha scritto dicendo che: “qui abbiamo dei giovani nei nostri villaggi, molto poveri. Facciamo un corso di formazione per loro. Adesso vogliamo dotarli di un certo capitale per mettere in piedi una micro impresa”. Ecco. È una strategia che dà molti frutti. Qualche volta pensiamo che abbiamo già fatto tutto: “abbiamo pagato tre anni per voi e adesso potete andare a lavorare... No. Dobbiamo anche capacitarli a diventare imprenditori per poter un giorno aiutare altri giovani. Questa è una strategia che dobbiamo sviluppare.

Due categorie di confratelli…

E poi ci sono tantissimi altre cose di cui abbiamo parlato avevo fatto un elenco di 10 punti… come i dieci comandamenti per dire! Però adesso vorrei passare ad un'altra cosa, forse una riflessione per voi. È bello vedere che la vasta maggioranza qui è dell'africa, i cosiddetti “autoctoni”. È bellissimo! Però ho sentito parlare diverse volte di una paura. Ed è in missionari ex patriarchi ed è in missionari a otto giorni io ti considero tutti missionari. Il problema della finanza. Del finanziamento delle opere. È una cosa che noi dobbiamo pensare adesso perché qualcuno dice: “adesso i missionari hanno molti soldi, gli espatriati che hanno apportato tante ricchezze. Gli altri… beh!” Allora la persona vale per i soldi che porta? Purtroppo qui e là è vero, purtroppo! Se tu hai soldi, vali. Ma è il Vangelo che dovrebbe far valere o no. È l'atteggiamento, sono le relazioni con le persone che devono essere la prima cosa, piuttosto che i soldi che sono solo uno strumento, anche se li dobbiamo avere. Dalla parte dei “missionari” non ci dev'essere un'aria di superiorità e dal punto di vista dell'autoctono, non ci dev’essere un senso di inferiorità perché lui non porta soldi. I soldi sono soltanto un mezzo. Dobbiamo essere molto chiari su questo. Il potere non deve essere basato sui soldi che ognuno porta. Nessuno porta con sé niente da casa sua. Noi riceviamo perché siamo salesiani, siamo operatori. E ci sono tantissime altre persone che ci aiutano e questo può essere anche fatto da qualsiasi persona. Ci sono altri paesi in cui non ci sono più i missionari espatriati. Ci sono solo missionari locali, però le opere continuano con l'aiuto dallo stesso paese qualche volta dall'estro. Dappertutto la provvidenza si trova. Dappertutto. Questo dev'essere chiaro. Allora i soldi sono i “nostri” soldi, non sono i “miei” soldi. E questo è importante per poi dare e usare come si deve. Perché dico questo? Perché anche alcuni autoctoni cominciano a pensare che i soldi che loro ricevono sono i loro soldi. Sono “i nostri soldi”. Sono per l'opera. Per esempio quelli che vanno in giro per l'apostolato, sicuramente riceveranno dei soldi da qualcuno; l'altro per la messa come offerta, per le missioni. (almeno io ricevo soldi quando ero studente. Bellissime esperienze!) Non sono i nostri soldi, sono soldi della missione, della comunità che noi dobbiamo mettere alla disposizione dell'ispettoria, della casa e così via. Questa mentalità è molto importante perché dicono adesso che quando non ci saranno più questi missionari, come potremo gestire queste opere? Allora cominciamo a spaventarci: cosa faremo?... Ma la provvidenza è limitata a un gruppo di persone? No. La providenza si trova dappertutto e funziona attraverso tutte le figure, tutte le persone, tutti quelli che hanno la fede. Allora l'importanza è che noi abbiamo la fede. Ma avendo la fede come Don Bosco dobbiamo anche cercare. Ho sentito parlare di un confratello salesiano africano in una ispettoria che ho visitato, che quando ha cominciato il suo lavoro in una comunità, la casa aveva diversi problemi. Ma questo confratello ha cercato di coinvolgere gente, di scrivere qui e la… e alla fine di alcuni anni ha messo quella casa in una posizione abbastanza buona di finanza. Vedete? Non è un monopolio di qualche gruppo. Ed è importante che tutti noi lo capiamo. Dobbiamo avere questo senso di appartenenza alla missione, alla congregazione, per mettere in comune tutto quello che noi riceviamo per l'apostolato. Allora vedrete che non ci saranno problemi. Questo è importante e per i “missionari” che vengono da fuori e per gli autoctoni. Mi pare che questo sia un punto molto importante per l'Africa adesso perché si parla troppo qui e là: “potremo gestire bene tante opere, tante case, tanti edifici? Potremo gestire?” La provvidenza c'è. E l'opera di Dio certamente continuerà. Però dobbiamo collaborare con Dio come dice san Paolo. Se vogliamo essere capace di andare bene avanti.

L’inculturazione, apertura alla cultura locale

Un secondo problema è quello dell'inculturazione. Una cosa che mi ha impressionato e che ho trovato: pochissimi confratelli che parlano bene la lingua del popolo. Qui e là, era veramente un piacere sentire dei confratelli parlare fluentemente la lingua del popolo. Per “lingua del popolo” non intendo il francese, l'inglese o il portoghese. Io intendo la lingua madre del popolo, le lingue tribali. Ci sono delle lingue parlate da milioni ed in altre zone lingue parlate da piccoli gruppi. Questa inculturazione è importante perché è un atteggiamento che dice: io voglio comunicare con te nella tua lingua, non nella mia. Qualcuno mi ha detto: “qui in città la gente preferisce il francese”. Si. Però appena tu vai dieci chilometri fuori della città… per esempio, sono andato in una zona del Congo. Non capiscono niente del francese. Se tu non sai parlare la loro lingua, come fai? Come fai a comunicare? Tu non comunichi con la gente. La lingua, fratelli e sorelle, è la porta alle culture. La lingua è la porta che ci dà l'accesso alla cultura e questo è importante anche per noi perché in Africa da una parte d’un paese all'altro, la lingua è diversa. Allora dobbiamo conoscerla. Anche se parliamo una lingua non tanto bene, quando diciamo qualcosa nella lingua del popolo, veramente tocchiamo il cuore. E poi così cominciano le relazioni. Allora l'atteggiamento di apertura verso le genti è veramente l'inizio dell’inculturazione se vogliamo essere appostoli del Vangelo.

Investire più nelle persone che nelle strutture

Un terzo commento - e poi lasciò lo spazio per le domande – è che nell’africa, dopo vinti cinque anni – tranne in Congo dove siamo da molto tempo - siamo presenti in 42 nazioni, le suore forse un po' meno. Dal punto di vista umano è una cosa stupenda. In venticinque anni. Vediamo che le statistiche sono buonissima. Però forse c'è bisogno di adoperare un'altro atteggiamento. I salesiani quando parliamo di una missione pensiamo in termini di costruzioni: un edificio qui, una scuola là, è così via. Però ci sono altri che fanno apostolato senza questi edifici grandiosi - non dico grandi ma grandiosi. Certamente. Gli edifici sono importanti però il problema è che il successo adesso viene misurato secondo gli edifici che noi abbiamo. San Paolo diceva piuttosto di costruire comunità. Il cambio di mentalità al cui io faccio appello adesso è che certamente abbiamo bisogno di edifici e strutture, ma forse abbiamo già costruito abbastanza. Nei posti dove siamo presenti invece di continuare a investire in mattoni e cemento, investire ora nelle persone umane. Vi cito un esempio dal posto in India dove sono stato prima. Nel Nord-Est India. I salesiani hanno fatto un lavoro stupendo in una comunità 5000 persone sparse in tutta la zona adesso ci sono 1.200.000 persone credenti, 89 diocesi negli ultimi trent'anni. Altri diocesi e altri religiosi hanno collaborato con noi. Ma i protestanti sono venuti 50 anni prima di noi e sono quasi 200 volte più numerosi dei cattolici. Loro sono andati in una chiesa: hanno una chiesa, niente di più, un ospedale solo, qualche scuola qui e là. Hanno soltanto una sala usata come Chiesa, sala d’incontro e così via. Però loro hanno un'influenza molto grande sulla società, più dei cattolici. Che cosa hanno fatto? Loro hanno investito nelle persone dall'inizio. Hanno scelto dei laici, li hanno mandato in Inghilterra, qui e là a studiare. Oggi tutti i pastori sono della tribù, in pochi anni. Hanno investito nelle persone. Questo vuol dire che noi forse dobbiamo cambiare marcia un po'. Investire di più nelle persone. Creare un'elite che può dare una leadership, una guida, alla popolazione per cui lavoriamo. Non badare soltanto alle vocazioni religiosi e sacerdotali - che sono necessarie e dobbiamo fare tutto il possibile - ma anche creare un'elite di cui anche abbiamo parlato durante i nostri seminari. Creare un'elite, persone che valgono, persone riconosciute, persone rispettate, persone la cui parole valga nella società. Questa è una strategia da adottare. Allora cercare di spostare l’attenzione dagli edifici alle comunità costruire. E adoperare tutti i mezzi necessari per questo. È un'ultima riflessione che volevo e che vorrei lasciare con voi. Non ho dato tante notizie ma se volete fare commento o domanda, le posso condividere con voi.

(Domanda sull’insorgenza delle sette…)
Si. Abbiamo parlato anche delle sette. Forse ne abbiamo parlato indirettamente ma le riflessioni sono nei documenti finali che adesso stanno preparando. Abbiamo detto che questo è un problema molto attuale e molto grande. E non soltanto in Africa ma dappertutto perché forse voi sapete già che è una politica delle multinazionali e degli Stati Uniti per spaccare, per dividere il potere della Chiesa cattolica. Perché qui è una cosa economica più che religiosa. La Chiesa cattolica ha dei valori morali: non si può fare questo, non si può produrre o vendere questo… prendiamo solo l'esempio di prima: i preservativi. La Chiesa cattolica ufficialmente - anche se qualche prete cui e là promuove - è contro. Ma è un grande mercato e allora come fare? Si dicono: promuoviamo dei gruppi che condividono e dove tutto è permesso: fate dei canti, piangete, gridate… e poi fate quello che volete.” E tutti sono finanziati da queste multinazionali basati in America. È lì la guerra! Allora noi abbiamo detto: per evitare questo o come una difesa nostra la prima cosa è creare piccole comunità in cui la gente si senta veramente a casa. Perché c'è una certa impersonalità nel modo di gestire la Chiesa cattolica. Tu vieni nella chiesa: un grande numero di 2000 persone ma nessuno ti conosce e così a vicenda. Sappiamo l’importanza delle relazioni personali, allora creare piccole comunità. E la seconda cosa è anche la letteratura. Istruire la gente così che non vengano imbrogliati da queste persone. Ma è un tema su cui dobbiamo continuare a riflettere.

(Domanda sulla comunicazione e gli scambi dei lavori e riflessioni svolti qua e là dalla Famiglia Salesiana in Africa)
I seminari erano solo loro una prima fase e speriamo che le ispettorie approfondiranno e applicheranno la riflessione a livello locale.
L'ultima raccomandazione che ho fattoria a Kinshasa era nella forma di un sogno. È che io sono sogno un giorno in cui la zona delle ispezioni francofone avranno un centro dove ci saranno delle pubblicazioni di diversi tipi nella lingua francese nelle lingue locali, per veramente usare i mezzi di comunicazione molto più adeguatamente. Non è che non si fa niente. Ci sono delle ispettorie che già si sforzano do formare ed informare. Per esempio in Madagascar e nel Congo, le Radio e cosi via, anche se bisogna cercare di coprire tutte le zone nazionali o coordinare con le altre radio regionali. Dobbiamo cercare strategie. Con questo fascino con i mezzi elettronici di comunicazione, abbiamo dimenticato i mezzi tradizionali. Per esempio un fascicolo. Tu dai a qualcuno un manifesto… Abbiamo dai poster tutta la pubblicità per vendere le cose. Appena usciamo da questo paese sulla strada vediamo dei poster lungo la strada. Però noi non li usiamo più. Non costa tanto fare un poster però c'è un'idea da mettere lì. La gente sempre vedendo uno alla fine diventa convinto. Però spendiamo tantissimi soldi per produrre dei cd… Ma chi potrà vedere un cd? Sono quelli che hanno l'attrezzatura. E quanti ce l'hanno? Pochissimi. E quante volte? Forse una volta o due. Però quel poster, solo passando sempre là, c’è. Tu giri ancora e ne trovi un altro… alla fine ci credi. E non costa tanto. È un mezzo che noi non usiamo. Ci sono anche molti altri mezzi. Ci deve essere una strategia di pubblicità per i valori umani, per le cose che valgono. Ne abbiamo parlato nel seminario. Adesso la speranza è che le ispettori prendano delle iniziative perché è impossibile per noi prendere le iniziative. Sono le ispettorie. Comunque per voi è importante essere non solo interessati ma anche informati e davvero pensare in funzione delle vostre ispettorie e del nostro carisma. Per quello dicevo che dovete formarvi in questa mentalità. In alcuni anni alcuni di voi dovrete prendere la guida delle ispettorie. A alcuni di voi spetterà la responsabilità delle opere. A che tipo di responsabilità o che tipo di atteggiamento prenderete? È “mia” oppure “nostra” a proposito di tutte le cose?

(è vero che l’internet e i cellulari rovinano le comunità?)
Il problema è che noi sempre arriviamo alla conoscenza di queste cose dopo che queste cose sono già usanze. All'inizio per esempio c’era nella mia ispettoria una discussione se noi dobbiamo considerare il computer come una cosa personale o comunitaria. E hanno fatto una legge e intanto due anni dopo tutti i ragazzi avevano un computer personale. Finalmente quando i telefonini hanno cominciato ad essere di moda un parroco ne ha ricevuto uno in dono da un benefattore, un amico. È diventato un caso. Volevano immediatamente fare una legge nell'ispettoria. Io ho detto: “ma… sapete che cos'è capitato col computer!” Ma in poco tempo anche tutti ce l’avranno. E così adesso tutti ce l'hanno. Cioè, noi sempre prendiamo un atteggiamento negativo verso queste cose invece di educare le persone a usarle. Noi sempre cominciamo con un atteggiamento “questo non va” o “questo non deve essere”. Invece l'atteggiamento secondo me dovrebbe essere di educare al fatto che questo è certo un valore, ma è solo un mezzo. Non è tutto. Allora parlando di questo il valore diventa il nostro anziché considerare come una minaccia, riflettere su come dobbiamo usare, su come questo aiuta o meno la comunità. Possiamo scegliere o imparare a usarlo per costruire. Una descrizione di questo tipo mi sembra molto più efficace. Per esempio ho sentito parlare di un ispettoria dove un superiore faceva una conferenza così, e i confratelli erano tutti occupati a mandare degli sms a qualcuno fuori. Dico: ma, è una cosa da affrontare e dire: “ma perché abbiamo questa cosa, questo strumento?” Io direi che anziché considerare come una minaccia - oggi abbiamo solo questi cellulari, domani avremo anche il videofonino - dobbiamo riflettere su queste cose. Una volta era la tv che era la minaccia. È interessante ieri nei giornali ho visto una comunicazione a Milano che ci sarà uno sciopero contro la Tv. Che tipo di sciopero? Non guardare la Tv. Ci saranno milioni di aderenti perché questa cosa sta rovinando le famiglie. Allora invece di vedere la Tv l'invito è di fare delle cose insieme nella famiglia, visitare dei vicini, avere tempo libero insieme… Questa è una cosa positiva. Io direi che invece di sempre essere dietro, possiamo anche anticipare! Possiamo andare avanti e chiederci come usare questa cosa per il nostro apostolato. Questo era secondo me l'atteggiamento di Don Bosco. Tutti noi sappiamo che quando Don Bosco ha comprato la macchina per la stampa, era quella più moderna anche se era povero non aveva soldi. Ma si diceva questo servirà per educare ed evangelizzare. E in poco tempo ha fatto di quella impresa un ufficio di pubblicazioni molto grande e molte efficace. Un atteggiamento o un invito ad agire più che a reagire. Io penso molto umilmente così!

(Silenzio nostro sulla politica in Africa… paura di fronte alla dittatura?)
Si. Abbiamo trattato sull’educazione alla vita sociale e politica. Ma parlando del contesto di educazione dei giovani abbiamo parlato di questo: l'unico modo di cambiare questi sistemi è attraverso l'educazione. Educazione non solo istruzione. Che cosa facciamo? Quanto % facciamo istruzione o educazione? Cioè formare le mentalità, formare nuove mentalità… Che strategie abbiamo per questa formazione e che cosa facciamo per trasformare questi stessi giovani in agenti di trasformazione? Quello purtroppo poco facciamo. Tanti giovani vengono da noi e forse dobbiamo rivedere l'esempio di Don Bosco ha preparato dei giovani forti dentro l'oratorio e anche fuori. Dobbiamo diventare non solo - come dice il Rettor Maggiore - “gestori delle imprese educative”, ma davvero “educatori che siano presenti ai giovani”. Quindi non “gestori delle imprese educativi per i giovani.”

Per concludere, ritornando sul discorso sulla nostra missionarietà comune, è tutti insieme che noi dobbiamo costruire il regno di Dio, non in gruppi diversi, perché siamo membri della stessa famiglia, sia i diversi membri della famiglia salesiana, sia soprattutto i missionari stranieri come autoctoni. Insieme in una rete di lavoro, un “travail en réseau”, l’unico modo, secondo me, in cui possiamo efficacemente contribuire a costruire il Regno di Dio.